Muore un genitore, l'appartamento passa a tre figli, e per qualche mese non succede niente. Poi arriva la convocazione dell'assemblea, indirizzata "agli eredi", e cominciano le domande: chi ci va, chi vota, chi paga le rate arretrate, e perché l'amministratore ha scritto a uno solo.
La comunione ereditaria su un immobile in condominio ha regole precise. Il problema è che quasi nessuno le conosce nel momento in cui servono.
Quadro aggiornato a ottobre 2026. Le scelte su una successione vanno sempre discusse con un notaio o un legale: qui si spiega come funziona il rapporto con il condominio.
Un appartamento, un voto#
È la regola che sorprende di più. L'art. 67 delle disposizioni di attuazione del Codice civile stabilisce che, quando un'unità immobiliare appartiene in proprietà indivisa a più persone, queste hanno diritto a un solo rappresentante in assemblea, designato dai comproprietari a norma dell'art. 1106.
Tre fratelli non portano tre voti. Portano la posizione di un'unità, che si esprime in modo unitario, con il valore millesimale che resta attaccato all'appartamento.
La formulazione attuale della norma viene dalla riforma del condominio del 2012. Il testo precedente parlava di "piano o porzione di piano" e prevedeva che, in mancanza di designazione, provvedesse il presidente per sorteggio: quella regola non c'è più.
E qui arriva la precisazione che evita molte impugnazioni: secondo la Cassazione, la designazione non è una condizione che impedisce la partecipazione. I contitolari che non hanno designato nessuno conservano la facoltà di intervenire personalmente e di esprimere il voto unico. Fra comproprietari, del resto, esiste un reciproco rapporto di rappresentanza che legittima ciascuno a compiere atti di ordinaria amministrazione, compresa la partecipazione all'assemblea, senza bisogno di una delega specifica.
Resta il fatto che designare qualcuno per iscritto è la via che evita discussioni sul verbale. Su come si formalizza una rappresentanza in assemblea, vedi la guida sulla delega.
A chi va mandata la convocazione#
L'amministratore deve convocare chi è condomino, e tale si diventa accettando l'eredità: prima dell'accettazione la posizione non è definita.
Nel periodo fra il decesso, l'accettazione o la rinuncia e l'individuazione definitiva dei titolari, non basta scrivere genericamente "agli eredi": occorre capire chi siano gli aventi diritto, e l'avviso va inviato a tutti i coeredi. È uno dei motivi per cui il registro di anagrafe condominiale va aggiornato subito dopo una successione: senza quei dati l'amministratore convoca al buio, e una convocazione sbagliata è un vizio che può far cadere la delibera.
Chi paga: la data del decesso divide tutto in due#
Questa è la parte che genera più discussioni fra fratelli, e ha una risposta precisa che dipende da quando è maturato il debito.
| Quando è maturata la spesa | Chi risponde |
|---|---|
| Prima del decesso | I coeredi, ciascuno in proporzione alla propria quota ereditaria |
| Dopo il decesso | I comproprietari in solido: l'amministratore può chiedere l'intero a uno solo |
Per i debiti anteriori l'amministratore, se vuole incassare tutto, deve rivolgersi a tutti i coeredi dopo l'accettazione.
Per i debiti successivi vale invece il regime della comproprietà: i comproprietari di un'unità sono tenuti in solido al pagamento degli oneri condominiali, perché l'obbligo grava sui contitolari della porzione intesa come cosa unica, e verso il condominio i comunisti rappresentano un insieme (Cass. n. 21907/2011). L'amministratore può quindi chiedere l'intero a uno qualsiasi, salvo il diritto di regresso di chi paga verso gli altri.
Il fondamento è la natura dell'obbligazione condominiale, che è legata alla proprietà dell'unità e la segue. Nei rapporti interni, invece, i comproprietari si dividono le spese secondo le rispettive quote.
Tradotto in pratica: se sei uno di tre eredi e l'amministratore chiede a te l'intera somma maturata dopo il decesso, ha ragione. Dovrai pagare e poi rivalerti sui tuoi fratelli, non discutere con il condominio.
Se la morosità si protrae, il condominio segue le vie ordinarie, dal decreto ingiuntivo in avanti. Il quadro è nella guida sul condomino moroso.
Come si esce dalla comunione#
Finché l'appartamento resta indiviso, la situazione è scomoda per tutti: decisioni a più teste, spese condivise, e spesso uno degli eredi che ci abita mentre gli altri no.
Il principio generale è nell'art. 1111: ciascuno dei partecipanti può sempre domandare lo scioglimento della comunione. È un diritto che non si prescrive e che gli altri non possono impedire; l'autorità giudiziaria può solo stabilire una dilazione, in ogni caso non superiore a cinque anni, se lo scioglimento immediato pregiudica gli interessi degli altri.
Due limiti da conoscere. Il patto di restare in comunione vale al massimo dieci anni, e se stipulato per un periodo più lungo si riduce a dieci. E non si può chiedere lo scioglimento se il bene, una volta diviso, non potesse più servire all'uso cui è destinato.
Le strade sono due.
La divisione consensuale. Se tutti sono d'accordo, si fa un contratto di divisione davanti al notaio. È la via rapida ed è l'unica che evita costi e tempi del tribunale.
La divisione giudiziale. Se anche uno solo si oppone, basta un comproprietario per rivolgersi al tribunale. Prima però è obbligatorio tentare la mediazione: la materia della divisione rientra fra quelle in cui il procedimento va esperito prima della causa. Se la mediazione fallisce si procede in giudizio, dove viene nominato un consulente tecnico che valuta il bene e propone un progetto di divisione. Sul funzionamento della mediazione in ambito condominiale, vedi mediazione in condominio.
Quando l'appartamento non si può dividere#
Un appartamento, di solito, non si taglia in tre. È il caso dell'art. 720: quando nell'eredità ci sono immobili non comodamente divisibili, e la divisione dell'intera sostanza non può farsi senza frazionarli, la legge preferisce che l'immobile venga compreso per intero nella porzione di uno dei coeredi, con addebito dell'eccedenza, oppure di più coeredi che ne facciano congiuntamente richiesta.
La "comoda divisibilità" si esclude non solo quando il frazionamento è materialmente impossibile, ma anche quando i conguagli sarebbero elevati o quando non si otterrebbero porzioni capaci di un godimento autonomo. Sul frazionamento di un'unità, quando è praticabile, vedi frazionamento immobiliare.
Due punti che contano molto nella pratica.
La vendita all'incanto è l'ultima strada. Il giudice non sceglie liberamente fra assegnare e vendere: deve procedere all'assegnazione per scongiurare la vendita, che resta un rimedio residuale per il caso in cui nessuno dei condividenti chieda l'attribuzione. Proprio per questo la domanda di assegnazione gode di un regime processuale di favore.
Il criterio della quota maggiore è una preferenza, non un obbligo. La Cassazione riconosce al giudice il potere discrezionale di derogarvi, purché motivi in modo adeguato la diversa valutazione di opportunità. E il giudice non può assegnare d'ufficio a chi non ha fatto richiesta.
Un ultimo aspetto pratico spesso trascurato: fino alla divisione il bene resta indiviso, e se uno dei comproprietari abita l'immobile, agli altri può spettare un indennizzo parametrato al valore locativo.
Cosa conviene fare, in ordine#
- Definire le posizioni: chi accetta, chi rinuncia. Prima di questo passaggio il condominio non sa a chi scrivere. Se la successione riguarda un immobile che amministriamo, può aiutarti il nostro servizio dedicato alla successione.
- Comunicare i dati all'amministratore per l'anagrafe condominiale.
- Designare per iscritto il rappresentante unico in assemblea, e metterlo a verbale.
- Ricostruire la posizione debitoria, distinguendo il maturato prima e dopo il decesso.
- Decidere la destinazione: tenere, affittare, vendere, assegnare. Se la casa viene concessa a uno solo, le regole sono quelle del comodato o della locazione, non un accordo verbale.
- Se la comunione va sciolta, valutare la divisione consensuale prima di qualunque causa.
Il punto 3 costa una riga e risolve il problema più frequente: l'assemblea in cui tre fratelli dicono tre cose diverse e il verbale diventa impugnabile.
Il punto pratico#
In condominio una casa ereditata è una sola unità con un solo voto, anche quando gli eredi sono cinque. Designare il rappresentante è la mossa che rende tutto gestibile, ma la mancata designazione non esclude nessuno dall'assemblea.
Sulle spese, la linea che divide è la data del decesso: prima, ciascuno per la propria quota; dopo, tutti in solido verso il condominio, con regresso interno.
E dalla comunione si può sempre uscire: è un diritto che non si prescrive. Quando l'appartamento non è comodamente divisibile la legge preferisce assegnarlo a chi lo chiede, con un conguaglio agli altri, e tiene la vendita come ultima risorsa.
Se stai gestendo una successione in un palazzo dove l'amministratore non risponde o scrive ancora al nome sbagliato, guarda come lavora Livia sull'amministrazione condominiale a Milano oppure richiedi un preventivo gratuito.
Fonti normative
Domande frequenti
Tre fratelli ereditano un appartamento: hanno tre voti in assemblea?
No. Quando un'unità appartiene in proprietà indivisa a più persone, queste hanno diritto a un solo rappresentante in assemblea, designato dai comproprietari. Il valore millesimale resta quello dell'unità.
Se non designiamo nessuno, restiamo fuori dall'assemblea?
No. Secondo la Cassazione la designazione non è una condizione che impedisce la partecipazione individuale: i contitolari conservano la facoltà di intervenire personalmente e di esprimere il voto unico che spetta all'unità.
Chi deve pagare le spese condominiali di una casa ereditata?
Dipende da quando è maturato il debito. Le spese anteriori al decesso si dividono fra i coeredi in proporzione alle quote; quelle successive seguono il regime della comproprietà, con responsabilità solidale verso il condominio.
L'amministratore può chiedere tutto a uno solo di noi?
Per i debiti maturati dopo il decesso sì: può rivolgersi a un solo comproprietario per l'intero, salvo il diritto di quest'ultimo di rivalersi sugli altri per le rispettive quote.
Si può restare in comunione per sempre?
No, se anche uno solo non vuole. Ciascun partecipante può sempre domandare lo scioglimento: è un diritto che gli altri non possono impedire. Un patto di restare in comunione vale al massimo dieci anni.
E se l'appartamento non si può dividere in due?
La legge preferisce assegnarlo per intero a chi ne fa richiesta, con conguaglio in denaro a favore degli altri. La vendita all'incanto è l'ultima strada, quando nessuno chiede l'assegnazione.
Scopri se Livia fa per il tuo condominio
Raccontaci il tuo edificio: capiamo insieme se Livia può portare risposte più rapide, spese più leggibili e fornitori controllati.
Scopri se Livia fa per il tuo condominio →Ricevi aggiornamenti da Livia
Guide pratiche sul condominio e novità utili per proprietari e consiglieri. Niente spam, solo cose che servono.





